2 de novembre del 2010

Quaranta anys i la mateixa guerra
















 Eddi Adams, Saigon, 1968





















Anònim, Abu Ghraib, 2004




Exceptuant el fet que la primera fotografia és analògica i la segona és digital, poques coses han canviat en quaranta anys. Menys encara pel que fa a l'art d'estimar.
Continuem en la fase inicial de lluita per l'amor: centrem massa esforços en progressar en el camp de la disciplina, de la puntualitat, de la rigorositat, de la competitivitat... de fet, la nostra vida està organitzada en funció del creixement racional, el qual ens permetrà assolir l'èxit professional i, consegüentment, la integració social. Però, en el fons, per progressar de veritat i deixar enrere imatges tan fredes, cruels i esgarrifoses com aquestes, hauríem d'educar més el camp emocional, ja que els sentiments positius són l'eina que veritablement faria de la pau un concepte tangible i acabaria amb la marginalitat d'aquells que no han pogut progressar en el camp professional.

31 d’octubre del 2010

La mida de la rata

Galen Rowell, Fotógrafo de naturaleza:

Los fotógrafos de éxito generalmente hablan del descubrimiento de un "camino interior" para describir sus comienzos, y mi propia experiencia coincide con ellos; pocas veces hablan de seguir un cursillo de aprendizaje y práctica. El modelo es válido incluso para aquellos que han abandonado carreras superiores por la fotografía.
El acto inicial de imaginar una buen fotografía tiene mucho más en común con la meditación que con las habilidades profesionales. Las acciones mecánicas deliberadas necesarias para convertir en una fotografía de éxito una imagen previsualizada tienen poco que ver con ese recto y tranquilo camino interior.
Los mejores fotógrafos saben que es mejor que cada uno intente descubrir su propio camino en lugar de imitar a otros, y que una vez encontrado, hay que seguirlo sin dudar: ésta es la clave para vivir de la fotografía.
Sin embargo, sin una fuente de energia, el camino interior más perfecto es tan inútil como un Ferrari sin gasolina.
La nota distintiva, lo que hace triunfar a unos y no a otros es el "tamaño de la rata".
El "tamaño de la rata", término inventado en una reunión de montañeros británicos, hace referencia a esa criatura voraz que nos devora por dentro y nos empuja a abandonar la comodidad y la seguridad de la civilización. Sin esa "rata", nos quedaríamos en casa con esa familia y nos contentaríamos con trabajar como empresarios o algo así.
El explorador antártico Apsley Cherry describía este sentimiento en su libro "El peor viaje del mundo" . Después de un largo viaje en pleno invierno, en total oscuridad y a 30 grados bajo cero para visitar una colonia de pingüino emperador, escribió lo siguiente: "El deseo por sí mismo es lo único que cuenta realmente... algunos te dirán que estás loco, y casi todos dirán, ¿para qué?... tus marchas de invierno tendrán su recompensa, siempre que lo único que busques sea un huevo de pingüino".
La fotografía, como el huevo del pingüino, es el resultado de un compromiso personal único. Un número sorprendente de montañeros y aventureros de todo el mundo han acabado por convertirse en fotógrafos profesionales. Su gran "rata" y su capacidad para seguir su camino interior los predisponen para lo que se llama "el coraje para crear".
Como este coraje es una cualidad que existe independientemente del progreso físico o la visión personal, no sorprende que en la fotografía de naturaleza triunfen muchos que fueron ajenos a este mundo, mientras las puertas del éxito se cierran a algunas almas prometedoras repletas de talento y conocimientos de fotografía.



La meva rata té fam. 
Fam d'aprendre i de crear.

29 d’octubre del 2010

Primavera hitleriana

Folta la nuvola bianca delle falene impazzite
turbina intorno agli scialbi fanali e sulle spallette,
stende a terra una coltre su cui scricchia
come su zucchero il piede; l'estate imminente sprigiona
ora il gelo notturno che capiva
nelle cave segrete della stagione morta,
negli orti che da Maiano scavalcano a questi renai.

Da poco sul corso è passato a volo un messo infernale
tra un alalà di scherani, un golfo mistico acceso
e pavesato di croci a uncino l'ha preso e inghiottito,
si sono chiuse le vetrine, povere
e inoffensive benché armate anch'esse
di cannoni e giocattoli di guerra,
ha sprangato il beccaio che infiorava
di bacche il muso dei capretti uccisi,
la sagra dei miti carnefici che ancora ignorano il sangue
s'è tramutata in un sozzo trescone d'ali schiantate,
di larve sulle golene, e l'acqua séguita a rodere
le sponde e più nessuno è incolpevole.

Tutto per nulla, dunque? - e le candele
romane, a San Giovanni, che sbiancavano lente
l'orizzonte, ed i pegni e i lunghi addii
forti come un battesimo nella lugubre attesa
dell'orda (ma una gemma rigò l'aria stillando
sui ghiacci e le riviere dei tuoi lidi
gli angeli di Tobia, i sette, la semina
dell'avvenire) e gli eliotropi nati
dalle tue mani - tutto arso e succhiato
da un polline che stride come il fuoco
e ha punte di sinibbio....
                                        Oh la piagata
primavera è pur festa se raggela
in morte questa morte! Guarda ancora
in alto, Clizia, è la tua sorte, tu
che il non mutato amor mutata serbi,
fino a che il cieco sole che in te porti
si abbàcini nell'Altro e si distrugga
in Lui, per tutti. Forse le sirene, i rintocchi
che salutano i mostri nella sera
della loro tregenda, si confondono già
col suono che slegato dal cielo, scende, vince -
col respiro di un'alba che domani per tutti
si riaffacci, bianca ma senz'ali
di raccapriccio, ai greti arsi del sud...


Montale, E. Primavera hitleriana, dins de la bufera e altro (1940-1954)

23 d’octubre del 2010

Cento per cento americano, Ralph Linton

"Il cittadino americano medio si sveglia in un letto costruito secondo un modello che ebbe
origine nel vicino Oriente. Egli scosta le lenzuola e le coperte che possono essere di
cotone, pianta originaria dell'India; o di lino, pianta originaria del vicino Oriente; o di lana
di pecora, animale originariamente domesticato nel vicino Oriente; o di seta, il cui uso fu
scoperto in Cina. Tutti questi materiali sono stati filati e tessuti secondo procedimenti
inventati nel vicino Oriente. Si infila i mocassini inventati dagli indiani delle contrade
boscose dell'Est, e va nel bagno, i cui accessori sono un misto di invenzioni europee e
americane, entrambe di data recente. Si leva il pigiama, indumento inventato in India, e
si lava con il sapone, inventato dalle antiche popolazioni galliche. Poi si fa la barba, rito
masochistico che sembra sia derivato dai sumeri o dagli antichi egiziani.
Tornato in camera da letto, prende i suoi vestiti da una sedia il cui modello è stato
elaborato nell'Europa meridionale e si veste. Indossa indumenti la cui forma derivò in
origine dai vestiti di pelle dei nomadi delle steppe del- l'Asia, si infila le scarpe fatte di
pelle tinta secondo un procedimento inventato nell'antico Egitto, tagliate secondo un
modello derivato dalle civiltà classiche del Mediterraneo; si mette intorno al collo una
striscia dai colori brillanti che è un vestigio sopravvissuto degli scialli che tenevano sulle
spalle i croati del diciassettesimo secolo. [...]
Andando a fare colazione si ferma a comprare un giornale, pagando con delle monete che
sono un'antica invenzione della Lidia. Al ristorante viene a contatto con tutta una nuova
serie di elementi presi da altre culture: il suo piatto è fatto di un tipo di terraglia
inventato in Cina; il suo coltello è di acciaio, lega fatta per la prima volta nell'India del
Sud, la forchetta ha origini medievali italiane, il cucchiaio è un derivato dell'originale
romano. Prende il caffè, pianta abissina, con panna e zucchero. Sia l'idea di allevare
mucche che quella di mungerle ha avuto origine nel vicino Oriente, mentre lo zucchero fu
estratto in India per la prima volta. Dopo la frutta e il caffè, mangerà le cialde, dolci fatti,
secondo una tecnica scandinava, con il frumento, originario dell'Asia minore. [...]
Quando il nostro amico ha finito di mangiare, si appoggia alla spalliera della sedia e
fuma, secondo un'abitudine degli indiani d'America, consumando la pianta addomesticata
in Brasile o fumando la pipa, derivata dagli indiani della Virginia o la sigaretta, derivata
dal Messico. Può anche fumare un sigaro, trasmessoci dalle Antille, attraverso la Spagna.
Mentre fuma legge le notizie del giorno, stampate in un carattere inventato dagli antichi
semi ti, su di un materiale inventato in Cina e secondo un procedimento inventato in
Germania. Mentre legge i resoconti dei problemi che si agitano all'estero, se è un buon
cittadino conservatore, con un linguaggio indo-europeo, ringrazierà una divinità ebraica
di averlo fatto al cento per cento americano."

13 de setembre del 2010

Le scarpe rotte

Io ho le scarpe rotte e l'amica con la quale vivo in questo momento ha le scarpe rotte anche lei. Stando insieme parliamo spesso di scarpe. Se le parlo del tempo in cui sarò una vecchia scrittrice famosa, lei subito mi chiede: «Che scarpe avrai?» Allora le dico che avrò delle scarpe di camoscio verde, con una gran fibbia d'oro da un lato.
Io appartengo ad una famiglia dove tutti hanno scarpe solide e sane. Mia madre anzi ha dovuto far fare un armadietto apposta per tenerci le scarpe, tante paia ne aveva. Quando torno fra loro, levano alte grida di sdegno e di dolore alla vista delle mie scarpe. Ma io so che anche con le scarpe rotte si può vivere. Nel periodo tedesco ero sola qui a Roma, e non avevo che un solo paio di scarpe. Se le avessi date al calzolaio avrei dovuto stare due o tre giorni a letto, e questo non mi era possibile. Così continuai a portarle, e per giunta pioveva, le sentivo sfasciarsi lentamente, farsi molli ed informi, e sentivo il freddo del selciato sotto le piante dei piedi. È per questo che anche ora ho sempre le scarpe rotte, perché mi ricordo di quello e non mi sembrano poi tanto rotte al confronto, e se ho del denaro preferisco spenderlo altrimenti, perché le scarpe non mi appaiono più come qualcosa di molto essenziale. Ero stata viziata dalla vita prima, sempre circondata da un affetto tenero e vigile, ma quell’anno qui a Roma fui sola per la prima volta, e per questo Roma mi è cara, sebbene carica di storia per me, carica di ricordi angosciosi, poche ore dolci. Anche la mia amica ha le scarpe rotte, e per questo stiamo bene insieme. La mia amica non ha nessuno che la rimproveri per le scarpe che porta, ha soltanto un fratello che vive in campagna e gira con degli stivali da cacciatore. Lei e io sappiamo quello che succede quando piove, e le gambe sono nude e bagnate e nelle scarpe entra l’acqua, e allora c’è quel piccolo rumore a ogni passo, quella specie di sciacquettio.
 La mia amica ha un viso pallido e maschio, e fuma in un bocchino nero. Quando la vidi per la prima volta, seduta a un tavolo, con gli occhiali cerchiati di tartaruga e il viso misterioso e sdegnoso, col bocchino nero fra i denti, pensai che pareva un generale cinese. Allora non lo sapevo che aveva le scarpe rotte. Lo seppi più tardi.
Noi ci conosciamo soltanto da pochi mesi, ma è come se fossero tanti anni. La mia amica non ha figli, io invece ho dei figli e per lei questo è strano. Non li ha mai veduti se non in fotografia, perché stanno in provincia con mia madre, e anche questo fra noi è stranissimo, che lei non abbia mai veduto i miei figli. In un certo senso lei non ha problemi, può cedere alla tentazione di buttar la vita ai cani, io invece non posso. I miei figli dunque vivono con mia madre, e non hanno le scarpe rotte finora. Ma come saranno da uomini? Voglio dire: che scarpe avranno da uomini? Quale via sceglieranno per i loro passi? Decideranno di escludere dai loro desideri tutto ciò che è piacevole ma non è necessario, o affermeranno che ogni cosa è necessaria e che l’uomo ha il diritto di avere ai piedi delle scarpe solide e sane?
Con la mia amica discorriamo a lungo di questo, e di come sarà il mondo allora, quando io sarò una vecchia scrittrice famosa, e lei girerà per il mondo con uno zaino in spalla, come un vecchio generale cinese, e i miei figli andranno per la loro strada, con le scarpe sane e solide ai piedi e il passo fermo, di chi non rinunzia, o con le scarpe rotte e il passo largo e indolente di chi sa quello che non è necessario.
Qualche volta noi combiniamo dei matrimoni tra i miei figli e i figli di suo fratello, quello che gira per la campagna con gli stivali da cacciatore. Discorriamo così fino a notte alta, e beviamo del tè nero e amaro. Abbiamo un materasso e un letto, e ogni sera facciamo a pari e dispari chi di noi due deve dormire nel letto. Al mattino quando ci alziamo, le nostre scarpe rotte ci aspettano sul tappeto.
La mia amica qualche volta dice che è stufa di lavorare, e vorrebbe buttar la vita ai cani. Vorrebbe chiudersi in una bettola e a bere tutti i suoi risparmi, oppure mettersi a letto e non pensare più a niente, e lasciare che vengano a levarle il gas e la luce, lasciare che tutto vada alla deriva pian piano. Dice che lo farà quando io sarò partita. Perché la nostra vita comune durerà poco, presto io partirò e tornerò da mia madre e i miei figli, vincendo la tentazione di buttar la vita ai cani. Tornerò ad essere grave e materna, come sempre mi avviene quando sono con loro, una persona diversa da ora, una persona che la mia amica non conosce affatto.
Guarderò l’orologio e terrò conto del tempo, vigile ed attenta ad ogni cosa, e baderò che i miei figli abbiano i piedi sempre asciutti e caldi, perché so che così dev’essere se appena è possibile, almeno nell’infanzia. Forse anzi per imparare poi a camminare con le scarpe rotte, è bene avere i piedi asciutti e caldi quando si è bambini. 

NATALIA GINZBURG, 1945

7 de juny del 2010

El Globus

BLOC-BLOC-BLOC
bloquejada
OP-OP-OP
oprimida
TAN-TAN-TAN
tant tancada
en si
que no aflora
res, ni
un bri de sort.

Tal com un congelat:
maniquí trencadís
i granissat de sang,
que ahir fluia
i avui
li obstrueix les venes
i l'infla, l'INFLA, l'IIIIIIIIIIIIINFLA!
l'ofega en un dolor
DENS
que no s'escola 
entre els gels del granís.

I se sent
com aquell globus d'heli,
que fugiria
a l'infinit
si no fos 
per les
MIL
cordes que el tiben 
i l'empenyen al seu fi:
L'EXPLOSIÓ.


5 de juny del 2010

Watching the wheels - John Lennon



People say I’m lazy dreaming my life away

Una vegada més, somriu!



El riure és la manifestació externa humana d'un estat d'ànim d'alegria. Es composa bàsicament d'una expressió facial acompanyada d'un so tallat. Si no hi ha so, es parla de somriure. Els nadons aprenen a riure a partir dels 4 mesos d'edat. Com és un acte que allibera endorfina, es creu que riure i tenir humor és beneficiós per a la salut. Sigmund Freud pensava que alliberava energia psíquica i que, per tant, tenia una funció en l'homeostasi o equilibri mental de la persona.

22 de maig del 2010

Balcó, balcone, balkon (o finestra, finestra, fenster)

Tant és a quin racó del planeta es trobi un balcó, tant és si és petit, gran o mitjà, tant és si dóna al carrer Major o a un descampat abandonat. Per a tothom i a tot arreu, el balcó és un concepte abstret de la realitat que pot dur implícit milers de records, anhels i sentiments.

D'una banda, pels de dins, el balcó és un quadre inconstant que mostra instant a instant l'esdevenir de la vida pública: els arbres es mouen, o plou, o la veïna torna de la plaça arrossegant el carro - que cada dia li costa més arrossegar i el seu marit mai no l'ajuda -, o... mira! hi ha un lloc lliure davant de la porteria! vaig ara mateix a aparcar-hi el cotxe, o mil etcetères que ens distreuren, que ens dónen un respir dins la nostra vida privada. A més, el balcó és un punt de llum natural i, alhora, un punt d'il·luminació. Qui no ha mirat mai pel balkon/fenster mentre estudiava per agafar una espurna d'aquella llum màgica, d'aquella que et captiva i et distreu i et transmet una foça inhumana que t'arrossega sense remei cap a la nevera?
Pels de dins desesperats, malauradament, el balcone/finestra és un marc que empeny a debatre entre la vida i la mort, és un marc que planteja un dubte existencial, que possibilita un amarg desig fruit de l'instant obscur.
En canvi, pels de dins somniadors, pels fills de la utopia, el marc de la finestra o la barana del balcó són un graó cap a la llibertat. És el punt precís, oníricament parlant, per alçar el vol més llarg i plaent de la vida: l'alliberació personal.
Pels de dins exhibicionistes, el balcó és una porta oberta de bat a bat que possibilitat la sensació del desig dels altres, dels o de les que miren darrere les cortines, tímids/ides però excitats/ades.

D'altra banda, pels de fora (i també pels de dins que tenen balcons des d'on veuen altres balcons), el balcó dels altres és un quadrat que narra la vida quotidiana, que ens explica com són els seus cuidadors. Si hi ha moltes plantes i molt ben cuidades, segurament hi viurà una velleta delicada i amb poques coses a fer fora de contemplar la vida, la bellesa, la natura i l'alegria de la vida del carrer. Si no hi ha absolutament res, tret de quatre dits de pols, aquell serà un pis abandonat, digne d'okupació. Si hi ha quatre trastos mal posats, aquell serà el balcó d'una família estressada pel ritme ofegat que marquen la feina o els compromisos socials,  no tindran mai temps d'estar-se fumant una cigarreta amb tranquil·litat al balcó ni d'equipar-lo com és degut. Si hi ha una taula neta amb quatre cadires ben posades, serà la casa d'una família feliç que alguna nit d'estiu sopa a la terrassa i gaudeix del bon temps. A més, pels de fora el balcó dels altres és un punt de distracció, és un canal de televisió nou, un reality show espontani, autèntic i privat, des d'on es poden observar cossos nus tatuats, parelles follant en postures desconegudes pel voyeur, famílies sopant menjar estrany o vellets apagant la televisió i marxant al llit.

En definitiva, el balcó és un element clau en la vida de tothom, ja sigui per somniar, per espiar, per exhibir-se, per contemplar, per sopar, per guardar els trastos, per fumar o per follar mirant les estrelles.